Tra le sostanze utilizzate in ambito agricolo che hanno effetti tossici, una menzione particolare va riservata al Glyphosate, componente principale della maggior parte degli erbicidi utilizzati a livello mondiale. Inizialmente utilizzato come principale principio attivo nel prodotto Roundup™ della Monsanto, fu successivamente applicato in una vasta gamma di nuovi erbicidi.
Anche se inizialmente questo composto non era ritenuto nocivo, alla sua esposizione è stata associata l’insorgenza di malattie nell’uomo e negli organismi naturali, tanto che la IARC (International Agency for Research on Cancer), agenzia dell’OMS e massima autorità per la ricerca sul cancro, ha dichiarato il Glyphosate “cancerogeno per gli animali” e “potenziale cancerogeno per l’uomo”.
Il Glyphosate può velocemente degradarsi, formando acido aminometilfosfonico (AMPA), il cui potenziale tossico si dimostra sempre più preoccupante. Secondo il rapporto ISPRA sulla presenza di pesticidi nelle acque nazionali, queste due sostanze sono tra le maggiormente presenti nei corpi idrici nazionali, superando con maggior frequenza i limiti imposti per legge, a dimostrazione di come l’erbicida non si degradi completamente in ambiente come inizialmente sostenuto. Tracce di Glyphosate e AMPA sono state rilevate infatti anche dopo 21 mesi dalla loro applicazione.
Il Glyphosate ha un’azione a largo spettro, estendendosi anche su specie vegetali indispensabili per l’equilibrio e la funzione degli ecosistemi, in particolare agricoli, causando conseguenze catastrofiche sulla biodiversità.
Il Glyphosate è ampiamente impiegato a livello mondiale anche nella produzione di organismi geneticamente modificati (OGM). Fra le coltivazioni più diffuse possiamo annoverare il cotone, il mais, la soia e la colza, nelle quali è stato alterato il genoma in modo tale da renderle resistenti all’azione dell’erbicida, permettendo un impiego massiccio della sostanza e inevitabilmente contaminando il prodotto finale. Soia, mais e colza OGM sono ampiamente utilizzate in zootecnia come mangimi, generando un accumulo di Glyphosate, non solo nei fluidi biologici animali, ma anche propagando la contaminazione fino a raggiungere la nostra tavola tramite il consumo della loro carne o i prodotti derivati.
A seguito della sempre più crescente contrastante letteratura sui i rischi dovuti all’utilizzo del Glyphosate, si è osservata un’inversione di rotta nella politica di molti Paesi che tentano di limitarne l’utilizzo. Nel marzo 2019, la Commissione europea ha incaricato un gruppo di Stati (Francia, Paesi Bassi, Svezia e Ungheria) di redigere una valutazione scientifica da sottoporre all’EFSA per l’eventuale rinnovo dell’autorizzazione di impiego dell’erbicida oltre alla scadenza fissata a dicembre 2022. Nonostante nessuna normativa relativa alla messa al bando del Glyphosate sia entrata in vigore in Ue, circa la metà degli Stati membri ha deciso spontaneamente di vietarne o almeno limitarne l’uso sul suolo nazionale. Nel resto del mondo sono 21 gli Stati che hanno adottato o hanno intenzione di adottare politiche contro l’impiego di questo erbicida.
In alcuni casi, come ad esempio in Italia, in campo agricolo se ne vieta l’uso solo nella fase di pre-raccolta, mentre è totalmente abolito nella gestione del verde urbano e delle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili, così come sui suoli contenenti una percentuale di sabbia superiore all’80%, al fine di assicurare la protezione delle acque sotterranee. Inoltre, alcune Regioni e amministrazioni comunali ne hanno vietato totalmente l’utilizzo per tutelare ecosistemi e salute umana, applicando il principio di precauzione.
Nel marzo 2019, la Commissione europea ha incaricato un gruppo di Stati (Francia, Paesi Bassi, Svezia e Ungheria) di redigere una valutazione scientifica che si è conclusa nel giugno 2021, sostenendo in conclusione che il Glyphosate non è né cancerogeno né mutageno né tantomeno tossico. Queste valutazioni saranno sottoposte all’EFSA per l’eventuale rinnovo dell’autorizzazione di impiego dell’erbicida oltre la scadenza fissata a dicembre 2022.
Nel nostro Paese si è sviluppata una decisa mobilitazione popolare culminata nella campagna #StopGlifosato, di cui i principali promotori sono 45 associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori, tra le quali Legambiente, che si battono per ottenere urgentemente e senza indugi la messa al bando della sostanza. Legambiente inoltre in collaborazione con FLAI-CGIL e con il sindacato europeo dei braccianti agricoli ha intrapreso un’ennesima battaglia per la messa al bando dell’erbicida, utilizzando gli studi e le ricerche dell’istituto Ramazzini di Bologna che dimostrano l’esposizione al Glyphosate delle madri e degli embrioni durante la gestazione interferisce a livello endocrino con i neonati.
Legambiente chiede, rispettando il principio di precauzione, la messa al bando definitiva in Europa e in Italia del Glyphosate perché potenzialmente pericoloso per la salute umana e per gli ecosistemi. Del resto, ridurre drasticamente l’utilizzo di fitofarmaci in agricoltura è previsto anche dalle strategie europee Farm to fork e Biodersità con una riduzione del 50% dell’utilizzo dei pesticidi entro il 2030. Abolire l’utilizzo del Glyphosate rappresenterebbe un passo decisivo in questa direzione, anteponendo gli interessi di tutela ambientale, degli ecosistemi e della salute delle persone a quelli meramente economici.